“Quando una bandiera muore”: De Rossi e quegli addii che fanno male al calcio

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“Cambia il cielo, cambia la musica dell’anima, ma tu resti qui con me”. Giorgia cantava così nell’incipit della sua celebre canzone ‘Quando una stella muore’ e come si può non darle ragione? Una stella, o una bandiera nel nostro caso, quando muore si spegne, lascia un vuoto, ma resta… non se ne va, è con noi. Le bandiere nel calcio, per i tifosi e gli appassionati di questo sport sono così: possono smettere, andarsene, ma resteranno per sempre nel cuore di chi li ama e li ha amati. E Daniele De Rossi era (ed è) una di queste stelle/bandiere che pur andandosene dal suo cielo, chiamato Roma, resterà per sempre parte di quel cielo.

I risultati e l’aziendalismo purtroppo hanno rovinato il Calcio. Le bandiere esistono, ormai, solo nel cuore dei tifosi che le amano e le sventolano orgogliose agli avversari. Giusto o sbagliato? La verità sta nel mezzo ed è una verità “scomoda” da accettare a volte perché pur sapendo che nessuno è immortale ed eterno vorremmo tutti vedere questo magnifico sport popolato di icone e simboli. Le bandiere nel calcio si possono accettare per anni, si possono anche glorificare ma arriva quel momento in cui ogni società (o azienda, come ieri nella conferenza stampa d’addio più volte De Rossi ha ripetuto) deve fare i conti con la carta d’identità e guardare in faccia la realtà. Detto questo si possono discutere i modi perché “quando una stella muore brucia ma non vuole”.

I modi, quelli aziendalisti freddi e distaccati che devono mettere da parte i sentimenti per dare spazio alla realtà, nuda e cruda. La decisione di dire ad un’icona del proprio club “E’ arrivato il momento di smettere” pesa e non viene (di solito) presa a cuor leggero. Ma le modalità sono tutto: lasciare la propria ragazza, dopo anni di fidanzamento, ha tutto un altro sapore se fatto nei modi e tempi giusti per quanto sia difficile. Servono tempismo, affetto e una buona dose di tatto. Un messaggio non basta. De Rossi è stato salutato con freddezza e distacco, e lui per primo (tra le righe) lo ha detto. Come lui, negli anni, hanno dovuto accettare le decisioni della società in silenzio e per amore della maglia tanti campioni e simboli: Del Piero, Marchisio e lo stesso Raul (icona e leggenda del Real Madrid) sono figli di un aziendalismo che non guarda in faccia nessuno. “Quando una stella muore fa male, fa male”.

Bandiere nel calcio: De Rossi, ma non solo. Gli addii freddi che più hanno fatto male ai tifosi

Ce ne sarebbero tante di storie a cui tenere conto. Idilli d’amore finiti male e che hanno portato ad una (momentanea) spaccatura tra società e tifosi che si sono visti portare via simboli e icone della propria storia – a volte diventati più grandi della stessa maglia – senza un apparente briciolo di gratitudine e rispetto. De Rossi ieri è stato l’ultimo esempio di questo cambiamento dei tempi, di questo guardare avanti senza dare il giusto riconoscimento a chi per anni ha aiutato a costruire imprese incitando e sostenendo tutto e tutti nei momenti più difficili. Niente lacrime, una corazza di serenità e accondiscendenza che si sgretolerà, umanamente, quando toccherà salutare per l’ultima volta il proprio stadio, i tifosi, la seconda famiglia.

Succederà a De Rossi ed è successo a Del Piero, Marchisio e Raul. Bandiere messe alla porta senza preavviso e con un cinismo freddo e spietato troppo aziendale e poco calcistico. Vero, lo abbiamo detto anche prima, l’età avanza e il tempo non guarda in faccia nessuno, ma le modalità sì. Marchisio ha salutato la Juve in fretta e furia nell’ultimo giorno di calciomercato di quest’anno senza preavviso e senza che la sua famiglia (i tifosi) potessero prepararsi, Del Piero ha giocato un anno intero sapendo che per lui nella Juventus non c’era più spazio. Lacrime agli occhi, dopo una stagione in silenzio, ha salutato il suo stadio e poi i suoi tifosi distrutti e disperati che vedevano un pezzettino di Juventus salutare e dire addio. Raul Gonzalez Blanco è stato cacciato senza troppi complimenti “Grazie, ma noi dobbiamo iniziare un nuovo ciclo”. No, non è così che si fa.

Il calcio è un’altra cosa

Le coppe non si vincono da sole, lo spirito e l’anima non si tramandano leggendo libri, ma garantendo una presenza forte nello spogliatoio di uomini esperti che da anni conoscono l’ambiente e possono parlare a nome del club ai compagni. Spiegare cosa vuol dire essere romanisti, milanisti, interisti, juventini o blancos non è qualcosa che puoi apprendere finché non la vivi e la vedi spiegata fisicamente da bandiere come De Rossi, Maldini, Zanetti, Del Piero, Raul o chi per loro. Il calcio è anche questo: presenza. E noi non vogliamo credere che questi sentimenti, questo spirito, questi esempi che fin da bambini ci hanno spinto a vestire questa o quella maglia possano essere messi da parte per far posto ai dati, al fatturato o ad una crescita complessiva che poco a che vedere con altri valori, quelli dello sport più bello del mondo.

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